La chiesa di Santa Maria de’ Tridetti sorge in una vallata verdeggiante a pochi chilometri da Staiti (Στάτη, traslitterato Stàti in greco-calabro), comune italiano di 226 abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria .Staiti sorge arroccato sul fianco della Rocca Giambatore e con vista sull’ampia valle della fiumara di Bruzzano, all’estremo confine sud del Parco Nazionale dell’Aspromonte. Di origini incerte, si suppone essere nato intorno al 1500 come luogo d’avvistamento facente parte del feudo di Brancaleone, allora retto da Geronimo Ruffo. Assunse l’odierna denominazione allorché fu acquistato dalla famiglia Staiti (nome tutt’oggi molto diffuso specialmente nel Messinese) che lo fortificò e lo cedette poi ai principi Carafa di Roccella Jonica che lo tennero presumibilmente fino al 1806 (epoca dell’eversione della feudalità). L’abitato, come consuetudine dei paesi arroccati, segue l’ardua orografia del territorio e si incastona perfettamente su questa roccia che dà una sensazione di precarietà e sicurezza al tempo stesso.

Tutto l’interesse ruota attorno alla chiesa di Santa Maria de’ Tridetti. Dichiarata Monumento Nazionale, la chiesa è dei primi tempi normanni (XI sec.), ma edificata sopra uno schema greco, perché destinata ad un culto greco, quale era praticato dai Basiliani. Infatti in origine era annessa ad un monastero basiliano di cui non resta alcuna traccia. Il connubio dell’arco ogivale con quello a pieno centro, che occorre nel presbiterio di Santa Maria de’ Tridetti è una prova lampante della fusione delle due maniere bizantina e normanna. Come dire l’incontro tra due culture non solo costruttive, ma anche religiose e comportamentali quella orientale bizantina e quella occidentale normanna, che ha avuto poi successivi sviluppi in altri esempi nell’architettura religiosa calabrese. Passando tra le pareti rimaste in piedi dell’antica Chiesa si carpiscono elementi della tecnica costruttiva greca come anche la posizione che vede le tre absidi rivolte ad oriente e la facciata ad occidente, ma ciò che colpisce veramente è la magia di una Chiesa che ha resistito a calamità naturali portando fino ai giorni nostri la testimonianza dell’importanza del culto religioso nella Calabria medievale.

Il monumento si presenta oggi come un prezioso gioiello eroso dal tempo. Parte della navata centrale, così come parte delle pareti laterali e della cupola, sono andati persi per sempre. Rimangono ancora in piedi il corpo della zona presbiteriale, con un piccolo accenno di cupola, e la facciata d’accesso alla chiesa. La sua datazione è controversa. Alcuni studiosi ritengono che sia stata edificata nella seconda metà del XI secolo (Orsi, Bottari); altri sostengono che sia stata costruita nella prima metà del XII secolo (Bozzoni, Schwarz). È certa, comunque, la collocazione del monumento in un’epoca successiva all’occupazione normanna della Calabria, conclusa nel 1060 con la presa di Reggio, pur rimanendo forti le influenze di una tradizione bizantina ancora largamente dominante nella cultura e nelle arti calabresi degli anni successivi alla conquista.

L’impianto planimetrico è di tipo basilicale, a tre navate e con una zona presbiteriale tripartita, i cui vani, nel rispetto delle esigenze liturgiche orientali, avevano funzione di bema, pròthesis e diaconicòn. Al di sopra del bema, si elevava una cupola, ormai diruta, di conformazione islamica. I due ambienti laterali, anch’essi rettangolari, sono, invece, coperti da volte a crociera. Sulla facciata orientale sono presenti tre absidi estradossate riccamente decorate in ciottoli e laterizi, con nicchie, mattoni disposti a denti di sega e code di rondine. Nella chiesa di Santa Maria de’ Tridetti si riscontra una matura fusione di motivi occidentali e orientali, che realizza uno dei primi esempi di quella tipologia basilicale a tre navate con transetto non sporgente tripartito e triabsidato, che nel XII secolo troverà larga diffusione nell’architettura greco-calabra e siciliana.
Analoga conformazione planimetrica si ritrova, in Calabria, nella chiesa S. Maria di Terreti  (demolita nel 1915) e S. Maria del Patir a Rossano. In Sicilia si ricordano: la chiesa dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò e la chiesa di S. Pietro ad Itàla.

Di chiaro stampo islamico è il largo uso di archi ogivali che, presenti lungo le navate, si ripetono, in dimensioni più ampie, sulla facciata di accesso, tra navata centrale e presbiterio e nell’arco di collegamento tra bema e abside centrale. Singolare è il motivo delle finte colonne realizzate in dischi di cotto e incassate nei due spigoli dell’arco dell’abside centrale. Tali pseudo-colonne sono sormontate da capitelli ionici di spoglio capovolti che il Venditti attribuisce al gusto bizantino. Le altre semicolonne addossate ai pilastri della navata sono, invece, sormontate da lastre lapidee scanalate di forma parallelepipeda.

Di particolare interesse è la forma della cupola, i cui resti lasciano chiaramente dedurre una conformazione geometrica e spaziale riferibile ad una tradizione islamica. Evidente è l’analogia con la cupola della vicina chiesa di S. Giovanni Vecchio a Bivongi e con la cupola di S. Anna a Palizzi. Esse ripropongono in Calabria lo schema, tipicamente islamico e presente in alcune architetture religiose siciliane, della qubba cupolata( una cappella paleocristiana o bizantina)con nicchie angolari che mediano il passaggio dalla base quadrata all’imposta circolare della cupola emisferica.

Santa Maria de’ Tridetti, pur essendo destinata al rito greco, è una chiara testimonianza di una commistione di stili e di culture che dopo la caduta della dominazione bizantina troverà in questa chiesa e in altre analoghe calabresi e siciliane un evidente tentativo di sintesi. Archi ogivali di gusto islamico, conformazione geometrica della cupola di derivazione fatimita, pianta di tipo basilicale che unisce influenze latine ed esigenze di rito greco, trattamento cromatico in ciottoli e laterizi di gusto tipicamente bizantino, fanno di questo monumento una virtuosa testimonianza di integrazioni culturali che hanno prodotto espressioni architettoniche non riscontrabili in altre aree del Mediterraneo.

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